Editoriali

Stampa, il valore del locale

«Non viviamo in un’epoca di cambiamento, viviamo in un cambiamento d’epoca» aveva detto Papa Francesco, il 10 novembre 2015 durante la visita pastorale a Firenze in occasione del ‘V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana’. Oltre tre anni dopo quella profezia si rivela sempre più un’analisi fattuale. Sotto le volte della Cattedrale di Santa Maria del Fiore quell’evocazione era risuonata come ipotetica, oggi sembra già una descrizione. E lo scorgiamo in molteplici campi, a cominciare da quello dell’editoria. Un terreno che ci vede in prima linea per tutelare una libertà d’informazione che in un Paese democratico non può correre il rischio di subire a ripetizione attacchi indiscriminati e affondi pericolosi. Non c’è dubbio che la disciplina dell’editoria in Italia necessitasse di un vigoroso restyling, adeguandosi ai molteplici cambiamenti intervenuti. Da un lato, infatti, occorre tener conto che si è verificata una massiccia concentrazione dei soggetti editoriali, giacché molte delle testate giornalistiche più importanti sono state acquisite da grandi gruppi editoriali. Dall’altro lato, poi, è evidente come l’avvento delle nuove tecnologie abbia messo in crisi il prodotto giornalistico tradizionale, ovverosia quello cartaceo. Il legislatore ha inteso intervenire essenzialmente su due aspetti. Per un verso, infatti, si è provveduto all’istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. Per altro verso ha inteso conferire al Governo una delega per il riordino della materia e l’incentivazione di politiche editoriali innovative e solidali. La situazione ha toccato vertici parossistici perché se dapprima si dava per consolidato la conquista di traguardi significativi sul fronte normativo, dall’altro si scatenavano continue voci che mettevano a repentaglio quanto previsto, con richieste di tagli drastici o di progressivi annullamenti delle risorse a disposizione. E’ vero che qualcosa stia cambiando nel Paese se addirittura anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sentito la necessità di ribadire più volte che l’informazione è un bene pubblico di rilevanza costituzionale.  E che la libertà di stampa e la tutela delle minoranze richiedono il sostegno dello Stato. In un tempo in cui pare che tutto debba essere ricondotto alla legge di mercato: il valore del pluralismo nell’informazione torna ad essere al centro del dibattito. Qui ci interessa in particolare quello che dà voce ai territori, alle comunità, alle periferie, alle realtà decentrate. 
Sono i giornali di carta e sul web che raccontano una comunità, un’area ben definita e preziosa del nostro Paese. Spesso molte delle notizie che diffondono non arrivano mai alla ribalta nazionale. Sono i giornali diocesani che, come ha sottolineato papa Francesco, sono “voce, libera e responsabile, fondamentale per la crescita di qualunque società che voglia dirsi democratica, perché sia assicurato il continuo scambio delle idee e un proficuo dibattito basato su dati reali e correttamente riportati”. Hanno una tiratura legata al territorio e svolgono una funzione indispensabile e preziosa nella crescita democratica della nazione e consentono di essere consapevoli del tempo che si sta vivendo. Ancor più nell’attuale contesto comunicativo che avvolge tutti con sempre nuovi strumenti, veloci e persuasivi. Tutto si può ridiscutere e migliorare, ma, per un comparto così significativo, delicato e complesso come la libertà di stampa e il pluralismo informativo, occorre un ascolto più ampio con coloro che sono coinvolti. Evitando dogmatismi pregiudiziali, e guardando alla realtà delle cose ed al contesto democratico. 
Un cambio repentino della legge metterebbe a rischio anche i posti di lavoro di migliaia di giornalisti che sono radicati sul territorio. E non è immaginabile un Paese impoverito di queste voci, sarebbe privato di apporti fondamentali al dibattito sociale e civile. Verrebbe meno un’informazione credibile sempre sul campo al di là delle tante, troppe, fake news che proliferano. Ora ci avviamo a celebrare come ogni anno, la festività del patrono dei giornalisti, S. Francesco di Sales. E lo facciamo senza clamori, aspettando non con ritualità, ma con reale interesse, il messaggio del Papa ed il contributo di quanti sostengono questa avventura con consapevolezza e coraggio. La Diocesi ha previsto un incontro sempre per il 24 gennaio nella Cattedrale di Fabriano sul tema del rapporto dei media con la Chiesa dei nostri giorni con l’ex vice direttore dell’Osservatore Romano Gianfranco Svidercoschi che ha attraversato in lungo ed in largo i marosi di una comunicazione sempre nell’occhio del ciclone, ma fondamentale per la crescita di uomini liberi e vivi. E ancora ci è sembrata interessante la riflessione di un nostro caro lettore Paolo Piacentini, un autorevole figura che ha lasciato Fabriano per lavoro, che ha voluto segnalare la necessaria presenza di testate locali, come la nostra, che veicolano in modo serio e professionale l’informazione di un territorio, trovando sempre linfa e sostegno. Abiurando l’autoreferenzialità ed avendo a cuore soltanto il bene della gente, un bisogno di esserci e di sentirsi protagonisti. Raccontare questo scenario, essere testimoni della storia di un popolo che cammina è il miglior modo per affrontare con piene ragioni questa sfida dell’editoria in campo istituzionale e di avvicinarsi a S. Francesco di Sales non come ad una ricorrenza del calendario, ma come ad una tappa di condivisione e di fiducia. Un’oasi cui abbeverarsi, più che un deserto per inaridirsi. Tutt’altro scenario quello vissuto nei giorni scorsi con la copertina shock di un quotidiano nazionale “Comandano i terroni”, andando così a riaccendere la polemica sui finanziamenti ai giornali, soprattutto alla luce della risposta in un tweet di un esponente del Governo, ricordando che i soldi progressivamente verranno tolti e nel giro di tre anni arriveranno a zero. Ecco un esempio di come si può sbagliare da entrambe le parti: fare giornalismo serio e non fazioso, tutelare chi lavora con onestà intellettuale e ricerca della verità, senza compiacersi per i tagli all’editoria. Si può andare avanti in questo caravanserraglio?

Carlo Cammoranesi