Editoriali

Il vero aiuto ai giovani

Il refrain lo conosciamo da tempo: l’Italia non è un paese per giovani. E di giovani ne parliamo in lungo ed in largo. Anche un Sinodo dei vescovi è stato dedicato a loro. Presto avremo modo di verificare se seguiranno proposte concrete che vadano al di là di una pur attenta lettura del documento finale. Ma intanto il ritornello sibila ancora in mezzo a noi. E forse contiene una sua dose massiccia di verità, ma anche un punto oscuro, un interrogativo che si tende a scartare ed è questo: cosa diavolo vogliamo insegnare a questi giovani? Cosa diciamo loro che è la vita e per cosa vale la pena di essere spesa? Sono domande “hard” nel senso per adulti e per chi abbia una concezione virile dell’esistenza, non ridotta a soggiorno a mezza-pensione o luna park. Ogni tanto nelle considerazioni di alto profilo sono i numeri e le statistiche a sorreggerci, ma non sono l’alveo principale di scorrimento di un pensiero, ahimé, dominante. L’Istat parla di quasi 7 milioni di under 35 che vivono a casa con i genitori. Ci domandiamo: c’è un problema se una grande fetta di questi ragazzi (31 per cento), pur avendo un impiego, non lascia il nido per cominciare un’avventura propria. Solo colpa dei salari troppo bassi o dobbiamo andare a fondo e porci altri quesiti? Luca Ricolfi su “La Stampa” ha notato che anni fa gli stranieri occupati in Italia erano circa un milione e 600mila, mentre oggi superano i 2 milioni. Nello stesso lasso di tempo, circa otto anni, gli italiani impiegati sono stati un milione e 200mila in meno. Perché? Secondo Ricolfi il problema è che, mentre gli stranieri sono disposti ad accettare lavori anche al di sotto delle loro competenze, gli italiani sono choosy: “Non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di se stessi, opinione che scuole ed università si incaricano di certificare”. In un paese che ha liceizzato tutto – sebbene abbia più bisogno di operai specializzati che di laureati – è questo lo scotto  da pagare. Ma se continuiamo ad assecondare questo andazzo, faremo la fine di chi si benda gli occhi mentre cammina verso il precipizio. “L’avanzata occupazionale degli immigrati, con la loro umiltà e determinazione – scrive ancora Ricolfi – è anche un silenzioso segnale rivolto a noi, un invito a riflettere sullo scarto tra quel che siamo e quello che crediamo di avere diritto”. Se nel discorso pubblico e familiare l’enfasi è posta solo su diritti e desideri, cosa volete che vi risponda un giovane cui chiedete sacrifici, rischi e responsabilità? I drammatici numeri sull’occupazione giovanile ci dicono qualcosa in più del refrain sull’Italia anti-giovani: ci dicono che non siamo un paese di genitori, cioè adulti capaci di accompagnare i propri figli ad avventurarsi nella vita. E’ perché avvertono la nostra titubanza che si sottraggono al compito di crescere, soffrire, mettere su famiglia. Fornire loro una scusa che automaticamente li giustifichi è il modo migliore per renderli ei baby pensionati esistenziali. Vogliamo parlare di quando a scuola vestono i panni di sedicenti sindacalisti e sono pronti a scagliarsi contro il professore di turno pur di tutelare il proprio ragazzo, che magari ha clamorosamente toppato la prova ed ha fatto scena muta. Non c’è ragione. Dalla cattedra si pontifica ed il figlio va protetto sempre e comunque. Ma è vero cammino educativo? Oppure nello sport quando il proprio virgulto calcistico subisce le decisioni dell’allenatore che lo tiene in panchina o quelle dell’arbitro che lo redarguisce. Non sia mai. E giù sceneggiate della peggiore teatralità in tribuna che surriscaldano gli animi, non contribuendo ad un sereno prosieguo della gara. Allora ci vuole davvero un grande coraggio – cioè fede in qualcosa che non crolli – per sostenere la speranza altrui. A volte basta una carezza per dimostrarlo, ma altre volte serve anche un… piccolo calcio là dietro.

Purtroppo nessuna epoca come la nostra ha conosciuto una libertà individuale e di massa come quella che sperimentano i nostri giovani. Ma a questa nuova libertà non corrisponde nessuna promessa sull'avvenire. La vecchia generazione ha disertato il suo ruolo educativo e ha consegnato ai giovani una libertà mutilata. L'offerta incalzante di sempre nuove sensazioni si è moltiplicata quasi a parare l'assenza drammatica di prospettive nella vita. Ecco disegnato il ritratto del nuovo disagio della giovinezza: per i nostri figli sono esposti ad un bombardamento continuo di stimolazioni e, per un altro verso, gli adulti evadono il compito educativo che la differenza generazionale impone simbolicamente loro e la cui funzione sarebbe, oggi, se possibile, ancora più preziosa che nel passato dove l'educazione veniva garantita attraverso l'autorità della tradizione.

Non che gli adulti in generale non siano preoccupati per il futuro dei loro figli, ma la preoccupazione non coincide col prendersi cura. I genitori di oggi sono, infatti, assai preoccupati, ma la loro preoccupazione non è in grado di offrire sostegno alla formazione. Quello che dobbiamo constatare con amarezza è che il nostro tempo è marcato da una profonda alterazione dei processi di filiazione simbolica delle generazioni. Come in una sorta di Edipo rovesciato sono i padri che uccidono i loro figli, non lasciano il posto, non sanno tramontare, non sanno delegare, non concedono occasioni, non hanno cura dell'avvenire.

Chi non ricorda quel maestro elementare che aveva il vizio di riproporre in modo assillante una metafora educativa tristemente nota: "Siete come viti che crescono storte, curve, arrotolate su loro stesse! Ci vuole un palo e filo di ferro per legare la vite e farvi crescere diritti". In un passato che ha preceduto la contestazione del '68 il compito dell'educazione veniva interpretato come una soppressione delle storture, delle anomalie, dei difetti di cui invece è fatta la singolarità della vita. Oggi questa metafora non orienta più  -  meno male  -  il discorso educativo. Oggi non esistono più  -  meno male  -  pali diritti sui quali correggere le storture delle viti. Il problema è diventato quello dell'assenza di cura che gli adulti manifestano verso le nuove generazioni, lo sfaldamento di ogni discorso educativo che l'ideologia narcisista ha ritenuto necessario liquidare come discorso repressivo. Ma abbiamo bisogno di… giardinieri attenti che sappiano tenere le viti unite e ben diritte. 

Carlo Cammoranesi