Cultura

Il richiamo di Stefano Russo e l'assenza dell'Europa

Monsignor Stefano Russo, segretario della Cei

Monsignor Stefano Russo, segretario della Cei

Il primo intervento pubblico di un certo rilievo del segretario della Cei monsignor Stefano Russo, ripreso dalle televisioni nella giornata di ieri, ha avuto un effetto a cascata che non è passato inosservato ai più. Il nostro Vescovo ha stigmatizzato la tragedia che accompagna gli immigrati nei loro viaggi di fortuna, ma ha detto di più. Ha chiesto con fermezza all’Europa di non abbassare lo sguardo, di non fare spallucce. Non lo ha detto con il fuoco di queste parole, ma lo ha lasciato intendere con la pacatezza e l’equilibrio che gli sono propri. Non solo l’Italia deve rispondere presente, ma un organismo più grande che ha la pretesa, nei dettami, di essere un’Unione (europea, appunto). La Cei si è resa disponibile ad accogliere i minori che si trovano a bordo della nave Sea Watch ancorata al largo di Siracusa, “pur condividendo che la risposta a un fenomeno così globale come quello migratorio chiama in causa tutti i paesi europei. Il dramma che si consuma davanti alle nostre coste non può lasciarci in silenzio”, ha riferito testualmente Russo. La globalità e non la limitatezza di un solo porto, di una lingua di terra italiana, nei governanti tutti, dovrebbe imprimere un segnale di solidarietà e di accoglienza senza cadere nell’egoistico, ipocrita nascondimento. Serve un aiuto umanitario, un’azione concorde e condivisa. Come è già accaduto ad agosto per i migranti della Diciotti, anche questa volta la Comunità Papa Giovanni XXIII (don Aldo Buonaiuto, ndr), che ospitò la gran parte degli eritrei a bordo, è pronta ad aprire le porte ai minorenni bloccati dei quali il procuratore di Catania ha sollecitato lo sbarco immediato. Papa Francesco esorta a compiere gesti intimamente avvalorati da un sentimento misericordioso: non chiudiamo gli occhi di fronte all’invocazione dell’altro. Sorprende il no dell’Olanda, proprio mentre l’ammonizione del nostro Vescovo è tanto più altisonante perché scorporata da una mozione strumentabile dalla politica raffazzonata di casa nostra. Si rivolge alla moltitudine che non ha bandiera, Stato, nazione, che non è collocata geograficamente al confine con l’Africa, ma che è mondo, il mondo intero. Il cristiano non si distingue per razza o lingua, ma per la “costruzione di un bene comune” (è stato menzionato don Sturzo), che in questo caso, oltretutto, è spinta da una ragione emergenziale che si incastra perfettamente con il disegno di comunione e sinodalità. All’Europa serve come il pane in dialogo, il confronto. Un apparato burocratico che deve adottare un metodo costante, manca ancora al suo decisivo appello.