Editoriali

La democrazia non è astratta...

Il 4 marzo del 1933, nel suo discorso inaugurale, il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, scandì un aforisma che poi divenne famoso: “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. Erano gli anni della grande depressione seguita alle disinvolture, anche in quel caso prevalentemente finanziarie, del 1929. Nel suo discorso, Roosevelt non voleva solamente rincuorare un popolo frastornato, ma voleva affrontare la paura con interventi concreti senza cadere in promesse vane e in un’arroganza autoreferenziale. Anche il “New Deal” andò per tentativi e subì le sue frenate, ma venne perseguito, con coraggio, senza comunicare paura e arroganza. Quello di Roosevelt fu un insegnamento e un metodo di lavoro che ripagò di benessere.

Questa premessa ci serve per guardare quello che stiamo osservando oggi nella politica italiana e in quella europea. La passione politica si muove in modo drammatico per trovare scelte valide basate sull’osservazione della realtà e sul senso di responsabilità. Chi si ricorda di questo insegnamento basilare nella cosiddetta classe politica italiana? Si coltiva una paura del diverso, dell’immigrato o dell’inevitabile problema dell’immigrazione, che è un fenomeno mondiale e lo sarà per molti anni (come lo è stato per secoli), e ci si divide non su scelte credibili e responsabili, ma tra rifiuto e accettazione, con un’arroganza da parte di ogni schieramento che lascia esterrefatti.

Uscendo in piazza ci dicono che sembra che tutti parlino per farsi notare, per dimostrare che esistono; non per comprendere almeno i problemi e discutere dialetticamente le loro diverse opinioni, ma solo per giustificare una presenza in una totale confusione. Questa frase detta spontaneamente ci riporta ai pericoli per la democrazia che avevano già visto uomini di Stato come Winston Churchill che diceva che la democrazia rappresentativa ha mille difetti, purtroppo non c’è nulla di meglio. Ma non si aggiunge mai la seconda parte dell’aforisma dello statista inglese: il pericolo maggiore è quello di conversare di politica con un elettore medio. Che sarà scrupoloso ed attento quando si parla di cose sue personali, ma quando si passa alla politica c’è un abbandono del senso della realtà e conseguente caduta del senso di responsabilità.

Si vive tra paura e arroganza a tutti i livelli nella società post-ideologica. Chi ha tentato di esorcizzare questo passaggio storico con la “fine della storia” ha sbagliato tutto, perché ha solo favorito il perenne interesse di élite che difendono, da sempre, i loro privilegi contro organizzazioni di base, corpi sociali, interpreti di interessi collettivi che hanno sempre lottato, finché hanno potuto, per salvare una società sufficientemente equa, democratica, aperta.

Pensate a quello che ha detto Jean-Claude Juncker, esperto “fiscalista” lussemburghese, ma anche presidente della Commissione europea, criticando la politica dell’austerity e la mancata solidarietà ai greci. Pensate a Macron barricato nel gabinetto dell’Eliseo circondato dai gilet jaunes. Pensate alla stessa signora Merkel, che perde dieci punti a botta elettorale da due anni a questa parte e ha pure un’economia che comincia a battere in testa. Ai “giallo-verdi” italiani, si contrappone la similare arroganza dei predicatori dell’austerità, che da oltre dieci anni non riesce a risolvere una crisi provocata da una finanziarizzazione senza senso, da un debito privato che ha surclassato i debiti sovrani.

Anche l’autoradio intanto ha la sua utilità. In una recente trasmissione si parlava di barboni e reddito di cittadinanza, del rischio che i senza tetto non lo ottengano dato che non hanno un indirizzo di residenza. Più di un ascoltatore, intervenendo al telefono, ha fatto notare che dare soldi liquidi direttamente a una persona con problemi di alcol, o di disturbi psichici, o di incapacità di gestire un pur minimo budget, senza qualcuno che lo accompagni, sarebbe vano se non deleterio. Si trattava di volontari o professionisti impegnati con quelle persone povere. Se non c’è qualcuno che il barbone lo chiama “mè amis”, mio amico, come Jannacci nella nota canzone, finisci per servire categorie astratte, cioè la tua idea, e rischi di buttare via anche i soldi.  Dire invece “il mio amico” afferma il valore del singolo.

L’autoradio, insomma, spinge a considerare il nesso tra politica e persona, politica e carità. Persona, carità: quante volte diciamo “ok, ma il problema è un altro”?

Non rinunciare alla speranza e puntare sulla persona concreta: è un’urgenza in ogni latitudine del globo. E lo sarà sempre di più. Non c’è bisogno di essere il mago Otelma per prevedere che le difficoltà, prima o poi, del governo gialloverde rischiano di lasciare orfana l’ultima speranza e l’ultimo brandello di nesso tra la gente e la politica; e che un’Europa sempre più sfatta e litigiosa galleggerà come vaso di coccio fra le corazzate Usa, Russia, Cina padrone del mondo.

La persona cioè ha valore in quanto c’è. In quanto ultimamente appartiene al Mistero e non al potere. Ma essa non si erge come soggetto se non perché mossa da un ideale più grande; e l’affermazione del suo valore “in quanto c’è” trova un esercizio educativo imprescindibile nella carità cristiana. Ed è vero che la frattura a questo livello – di proposta ideale e di educazione al valore della persona – spiega la crisi della politica più in radice delle tesi sul venir meno della classe dirigente e dei corpi intermedi.

Gaber ad esempio dice cose decisive per la stessa democrazia, che insieme all’educazione e alla crescita, è emergenza grave del Paese. Disaffezione alla politica, continuo aumento dell’astensionismo, crisi della democrazia rappresentativa, suggestioni di democrazia della rete: tutto ciò urge a ritrovare il senso vero della democrazia, che non è innanzitutto nella sua tecnicalità, ma nel suo scopo, vale a dire favorire modalità di rapporti sociali che non riducano la persona e rimuovano gli ostacoli al dispiegarsi delle sue potenzialità.

Analoga “conversione” è necessaria per i corpi intermedi:  associazioni, onlus, sindacati, ecc. Essi, laddove trascurano l’educazione continua allo scopo ideale, dato per scontato, per affidarsi al mestiere, alla tecnica e al ruolo, diventano brutti quasi-partiti e brutte para-burocrazie: un pezzetto dell’establishment.

Laddove invece non la trascurano, hanno un ruolo di grande importanza. Da questo punto di vista un dialogo tra esperienze di carità cristiana e iniziative di solidarietà di altra ispirazione non può che giovare alla democrazia italiana. E farci risollevare in modo quasi miracoloso, senza troppe fatiche economiche o stravolgimenti politici.

Carlo Cammoranesi